Il primo a cadere è Matteo Motisi, trucidato con un coltello piantato nel cuore nella sua bottega di puparo al centro di Catania. Poi un incendio cancella ogni traccia salvando solo i pupi saraceni mentre il fuoco fa strage di Orlando, Angelica e tutti i paladini. Da questa nota stonata parte l’indagine sul delitto, il primo di una serie legati tra loro da un filo conduttore che sembra riannodare momenti significativi della dominazione araba in Sicilia. La Polizia si fa aiutare da Nicola Di Cristoforo, uno storico esperto della storia dell’Islam e del passato arabo dell’Isola, poiché è chiaro fin da subito come ci sia la mano, in qualche modo ancora del tutto da scoprire, di qualcuno legato al terrorismo jihadista. Dipanando una matassa che pare inestricabile, fatta di segnali e simbologie veramente sottili, si arriva a intravedere una figura dietro i delitti, in attesa del settimo che dovrebbe essere quello più devastante; si tratta di Ibn Abdullah Muhammad Al Feqat, docente universitario a Milano, storico della Sicilia, vicino a movimenti estremisti islamici. La Polizia cerca di mettersi sulle tracce della presunta mente criminale, quando la scomparsa di Di Cristoforo la fa piombare nel dubbio che anche lui possa essere coinvolto nel complotto. “I sette giorni di Allah” ha il piglio di una spy story, efficace e credibile. Ma è soprattutto nel racconto sul passato arabo dell’isola e nell’evidenziare la sua attualità che il romanzo si caratterizza come opera assolutamente originale. Una avvincente ricostruzione del legame della Sicilia con la cultura islamica, una narrazione ricca di vicende che spaziano dal folklore all’etnologia, alla letteratura: nelle pagine scorre, come un fiume inarrestabile, la storia della Sicilia araba e delle sorprendenti relazioni tra il mondo dell’Islam e l’Italia del sud.
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La memoria
brossura
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